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La Connessione prima dell’Addestramento del cavallo

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La prima volta in cui l’ho fatto è stato di istinto. Nessuno me lo aveva mai insegnato, andava contro a tutto quello che avevo fatto fino a quel momento con i cavalli, era tecnicamente sbagliato in base a quello che sapevo allora, andava contro i principi della psicologia dell’apprendimento per come li conoscevo, eppure funzionò.

In quel caso stavo lavorando con un cavallo che non si lasciava avvicinare in paddock.

Nei mesi successivi, la stessa cosa funzionò in situazioni completamente diverse: un cavallo che non voleva salire sul trailer, una puledra che non era mai stata incapezzata, uno stallone che aveva avuto esperienze traumatiche quando sellato, una cavalla che era spaventata da una semplice barriera a terra.

Non avevo pensato all’esecuzione dell’esercizio, non avevo pensato al movimento che il corpo del cavallo doveva fare. Avevo lavorato sugli antecedenti della relazione, sul far sentire il cavallo compreso ed ascoltato, sul farlo sentire al sicuro con me.

Ma facciamo un passo indietro e iniziamo da quello che incontra la maggior parte delle persone che fanno il loro ingresso nel mondo dell’equitazione da un maneggio medio italiano.

L’Addestramento Tradizionale del cavallo

Nell’equitazione, il rinforzo negativo (R-) è sicuramente il metodo principale che viene utilizzato, anche se spesso in maniera involontaria o inconsapevole, per comunicare con il cavallo. Si applica e si mantiene uno stimolo avversivo (pressione) finché il cavallo non ha il comportamento richiesto. La rimozione dello stimolo avviene solo quando il cavallo presenta il comportamento richiesto con l’obiettivo di rendere quel comportamento più frequente in risposta allo stimolo. 

È anche il modo principale con cui i cavalli comunicano tra loro oltre a quello che si utilizza quando si è in sella (es. tensione delle redini per chiedere al cavallo di fermarsi, pressione delle gambe per chiedere di avanzare) o nella normale gestione da terra (es. utilizzo della longhina per far avanzare o fermare il cavallo).

E fin qui nulla di male, dirai tu. 

Il problema nasce però quando il cavallo ha comportamenti di tipo indesiderato e, seguendo ciecamente il principio del rinforzo negativo, la pressione (o intensità dello stimolo) viene aumentata finché il corpo del cavallo non fa quello che il cavaliere o l’addestratore chiede. 

Quando vengono usate ripetutamente pressioni troppo alte per spegnere comportamenti che il cavallo mette in atto in situazioni di estremo stress e che percepisce come una minaccia, secondo quanto insegna la teoria polivagale, il cavallo entra in uno stato di dissociazione che genera nevrosi sperimentale e impotenza appresa.

Ora, siamo tutti d’accordo nel dire che un comportamento difensivo (sgroppata, impennata, calcio) da parte del cavallo non è sicuramente piacevole e può essere pericoloso. Ma con la scusa della “sicurezza”, nel mondo dell’equitazione tradizionale, è stata spesso giustificata la necessità di sottomettere il cavallo mascherando l’ossessione del controllo e la paura che il cavallo con il suo comportamento dimostri che è contro il cavaliere. Perché è proprio quello che un cavallo sta comunicando quando ha un comportamento difensivo.

In molte delle tecniche di addestramento tradizionale è stata adottata una prospettiva semplificata, che considera i cavalli come animali mossi da reazioni istintive e propensi alla fuga. A questo si aggiunge che, per molti, il cavallo è un semplice oggetto posseduto e che in quanto tale va controllato e punito in caso di presunta ribellione.

Intrinsecamente, il cavallo possiede abilità cognitive avanzate che gli permettono di comprendere se stesso, gli altri esseri viventi, il suo ambiente e il contesto sociale in cui si trova. Queste capacità, tuttavia, tendono a subire una trasformazione nel corso dell’interazione con gli esseri umani. I cavalli crescono in un contesto dove si attenuano gli elementi distintivi del loro ambiente socio-cognitivo naturale e sono obbligati ad adattarsi alle richieste e alle aspettative antropocentriche delle persone che li gestiscono. Ciò li porta a sviluppare comportamenti automatici, frutto dell’addestramento, che limitano la loro capacità di elaborare informazioni in maniera genuina e di essere considerati come esseri cognitivi.

Come risultato, i cavalli vengono spesso trattati come se fossero oggetti da utilizzare per fini sportivi o commerciali, forniti di un “manuale per l’uso”, e privati delle loro caratteristiche individuali. In questo processo, ciò che viene spesso ignorato è la loro esistenza come esseri viventi dotati di una propria visione e percezione del mondo.

E le cose non è detto che vadano meglio quando ci si rivolge al mondo dell’Etologia e dell’Horsemanship Naturale. È normale guardare a quei metodi quando ci si allontana dalla sottomissione fisica del cavallo ma è triste rendersi conto di come anche questi approcci, dietro la facciata di marketing creata dai termini “etologico” e “naturale”, possano anche andare nella direzione opposta. 

Alcune di queste tecniche creano l’illusione della comunicazione ma in realtà sfruttano proprio i comportamenti difensivi del cavallo per manipolare il suo comportamento. La sottomissione, fisica o mentale, porta ad una comunicazione distorta, dove le emozioni del cavallo vengono soffocate e ignorate. 

Ma questo l’ho capito solo dopo aver compreso a fondo i comportamenti difensivi del cavallo ed essere entrato in contatto con ambienti diversi che hanno contribuito a cambiare il mio modo di lavorare con i cavalli.

L’Addestramento Etico (?) del Cavallo

Libri, ricerche accademiche, stage all’estero, formazione online e tanti dubbi. Sono stati questi gli ingredienti che mi hanno allontanato dagli approcci tradizionali e che mi hanno portato ad includere nel calderone dell’addestramento tradizionale anche tutti quegli approcci e metodi di addestramento che si sono autodefiniti “naturali” o “etologici” ma che, a conti fatti, si sono allontanati di poco dalla cultura della sottomissione.

Immagino che, arrivati a questo punto, tu voglia sapere quali sono stati i principi che mi hanno portato a cambiare il mio modo di lavorare con i cavalli. Ma ti avverto perché, almeno all’inizio, ti confonderanno ancora di più le idee e, per poterli applicare, li ho prima messi in discussione!

CAT-H (Constructional Approach Training for Horses)

Si tratta di un approccio adattato da Dolores Arste negli Stati Uniti, ispirandosi ad un protocollo originariamente sviluppato da Kelly Snider per la gestione di cani aggressivi. CAT-H si distingue dagli approcci tradizionali come il Clicker Training o la desensibilizzazione sistematica, offrendo un’alternativa per i cavalli con seri problemi di paura e con traumi. Ed è quando un metodo funziona in casi estremi che si capisce come sia importante il principio che lo caratterizza.

Il CAT-H si basa sul rinforzo negativo nella sua forma più pura

Invece di costringere il cavallo a confrontarsi con la fonte della paura, presentargliela sistematicamente o obbligarlo a rimanere nella situazione fonte di stress, il CAT-H permette al cavallo di controllare la situazione. Il metodo si concentra sul mantenere il livello di stress del cavallo al di sotto della soglia critica, modulando l’intensità dello stimolo ad un livello che non provochi reazioni di tensione e di paura. Quando il cavallo mostra un segnale calmante, viene ricompensato con la diminuzione dello stimolo, dandogli così il controllo e rinforzando lo stato emotivo del cavallo.

La chiave del metodo sta nel controllo che viene dato al cavallo: in questo approccio, lo stimolo si mantiene costantemente al di sotto del livello di stress del cavallo. Si introduce lo stimolo che genera stress o paura in modo che il cavallo ne sia consapevole, ma ad un livello basso in modo da non indurlo a fuggire per allontanarsi ulteriormente dall’oggetto o dalla persona. La bellezza di questo metodo risiede nel fatto che non si aumenta mai il livello di stress del cavallo. 

Rimanendo sotto la soglia di stress e rinforzando un segnale calmante attraverso la diminuzione del livello di pressione (intensità dello stimolo), si dà al cavallo il controllo di cui ha bisogno per rimanere tranquillo in ogni fase dell’interazione. Il segnale calmante può essere qualcosa di semplice come l’abbassamento della testa al presentarsi dello stimolo.

LIMA (Least Intrusive, Minimally Aversive)

Nel mondo dell’addestramento e nella risoluzione dei problemi comportamentali, non solo dei cavalli ma degli animali in genere, un concetto che sta guadagnando sempre più attenzione per la sua efficacia e il suo approccio etico è il LIMA. Questo principio, che enfatizza l’utilizzo delle tecniche meno intrusive e minimamente avversive, ridefinisce il modo in cui si fa addestramento mettendo in primo piano la relazione e il benessere psicofisico del cavallo.

LIMA si basa sull’idea che, nell’addestramento e nella modifica comportamentale, dovremmo sempre scegliere l’approccio meno intrusivo e avversivo. Questo significa scegliere strategie che minimizzino lo stress e il disagio del cavallo, privilegiando metodi basati sul Rinforzo Positivo (generalmente utilizzo di cibo per premiare e rinforzare un comportamento), piuttosto che su punizioni o tecniche avversive… mi piace molto la premessa ma solo io ho visto addestratori utilizzare R+ in maniera meccanica, senza prestare attenzione alla relazione, con cavalli tesi, ansiosi e incaxxati neri? 🤔

Un aspetto cruciale del LIMA è la necessità per gli addestratori e i cavalieri di possedere una formazione adeguata e competenze scientifiche specifiche, assicurando così l’applicazione corretta e responsabile di questo approccio. Inoltre, il LIMA promuove un approccio individualizzato all’addestramento, riconoscendo che ogni cavallo è unico e richiede tecniche adattate alle sue esigenze e caratteristiche particolari.

Sebbene l’adozione del LIMA possa inizialmente richiedere più tempo per ottenere i primi risultati rispetto a metodi più diretti, tende a produrre cambiamenti comportamentali più duraturi e stabili, sviluppando comportamenti cooperativi, creando una relazione positiva e di fiducia all’interno del binomio ed insegnando il cavallo a regolare il proprio sistema nervoso, fattori importantissimi per evitare problemi comportamentali in tempi successivi.

Humane Hierarchy

La Humane Hierarchy, rispetto al LIMA,  fornisce una struttura più dettagliata per la selezione e applicazione di tecniche di addestramento specifiche in un ordine progressivo ma condivide l’obiettivo di promuovere pratiche etiche e umane nell’addestramento e nella gestione dei problemi comportamentali del cavallo.

La Humane Hierarchy è un modello sviluppato dalla Dr.ssa Susan Friedman, che classifica i metodi di addestramento dal meno al più invasivo. Questo modello, adattato per l’addestramento dei cavalli, è strutturato in sei livelli, con l’obiettivo di esplorare completamente le opzioni ad ogni livello prima di passare a scelte più intrusive

  1. Il primo livello riguarda la Gestione, Salute, Nutrizione e l’ambiente fisico del cavallo. Prima di iniziare ogni addestramento, è fondamentale assicurarsi che il cavallo sia in buona salute e ben nutrito, poiché questi fattori influenzano direttamente il suo comportamento. Ad esempio, un cavallo che reagisce aggressivamente potrebbe farlo a causa di dolore o disagio fisico.
  2. Il secondo livello, Preparazione degli Antecedenti, si concentra sulla modifica dell’ambiente per eliminare o modificare gli stimoli che possono causare comportamenti problematici e per ridurre lo stress o la paura… questo è un concetto molto bello ma davvero è meglio togliere gli oggetti paurosi dal campo invece che insegnare al cavallo a trovare sicurezza in noi? 🤔
  3. Il terzo livello è il Rinforzo Positivo, che consiste nell’aggiungere qualcosa che il cavallo desidera (generalmente cibo) per aumentare la frequenza di un comportamento desiderato in futuro. Questo metodo è considerato il meno invasivo per modificare e influenzare il comportamento… ma – quoto da quello che ho scritto più sopra – solo io ho visto addestratori utilizzare R+ in maniera meccanica, senza prestare attenzione alla relazione, con cavalli tesi, ansiosi e incaxxati neri? 🤔
  4. Segue il Rinforzo di Comportamenti Alternativi, che implica il rinforzo di comportamenti alternativi al comportamento problematico, rimuovendo contemporaneamente il rinforzo per il comportamento indesiderato.
  5. Il livello successivo include il Rinforzo Negativo e la Punizione Negativa. Questi metodi, secondo la Humane Hierarchy, possono aumentare lo stress e l’ansia nel cavallo e dovrebbero essere considerati solo dopo aver esplorato a fondo le opzioni precedenti… ma non si diceva che CAT-H si basa sul rinforzo negativo nella sua forma più pura?! 🤔
  6. L’ultimo livello, la Punizione Positiva, è considerato come ultima risorsa. La Punizione Positiva implica l’aggiunta di uno stimolo indesiderato per ridurre la frequenza di un comportamento problematico. Prima di ricorrere a questo metodo, viene consigliato di consultare altri professionisti per trovare soluzioni alternative.

Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire come tutti questi elementi si potessero incastrare insieme e fossero praticamente applicabili per arrivare ad una comprensione più completa di cosa significano comunicazione, connessione e addestramento del cavallo.

Essere Visti, Ascoltati, Sentiti e Compresi

Dopo aver riflettuto e sperimentato nel lavoro con i cavalli i concetti derivanti da CAT-H, LIMA e Humane Hierarchy, considerandoli un superamento dell’ossessione del controllo e delle sottomissione del cavallo, affinché tutto acquistasse un senso e diventasse applicabile in maniera pratica, un concetto è diventato fondamentale nel mio modo di lavorare: quello di connessione.

Ma cosa significa creare la connessione con il cavallo?

Non è nulla di magico o una favola per bambini. Per rispondere dobbiamo guardare al sistema nervoso del cavallo secondo quanto insegna la teoria polivagale. Quando il cavallo sperimenta una situazione di sicurezza e benessere, il suo Complesso Vagale Ventrale è attivo, è più ricettivo e collaborativo, sicuro della relazione, mostra una maggiore propensione ad apprendere ed interagire ed è capace di attivarsi rimanendo all’ascolto degli stimoli che arrivano del cavaliere e rispondendo in completa decontrazione (fisica, mentale ed emotiva).

Se un cavallo rifiuta qualcosa, non permette a qualcuno di avvicinarsi o ha atteggiamenti difensivi, il suo comportamento è segno di una rottura relazionale e del superamento di un confine, quello della sua soglia di stress.

I cavalli sperimentano questi tipi di rottura relazionale tutte le volte in cui vengono ignorati i loro tentativi di comunicare che sono a disagio, spaventati, hanno un dolore fisico. Così come quando vengono costretti a fare cose per cui non sono pronti fisicamente o mentalmente pronti, spesso ad un prezzo per loro elevato, ma per la soddisfazione personale di cavalieri e addestratori. Non è necessario che siano grandi cose; anche piccoli disaccordi ripetuti possono creare grandi distacchi.

Ignorando ciò che il cavallo ti comunica, a tua volta gli comunichi qualcosa di molto potente: che non lo vedi e che non capisci la sua lingua.

E tu, ti sentiresti al sicuro con qualcuno che non ti vede, che non capisce quello che comunichi e che ti ignora quando parli? Vorresti una relazione con una persona del genere? Ti affideresti a lei?

Per i cavalli non è diverso. Imparano rapidamente a disconnettersi in risposta al fatto di non essere visti, ascoltati, sentiti e compresi.

I cavalli magari non capiscono le parole, ma capiscono l’intenzione e sono maestri nel capire dove è diretta la tua attenzione e se sei presente in quello che fai.

È proprio su questo che si basa il senso di sicurezza dato dal branco: dal fatto che ogni componente del branco è consapevole di quello che stanno facendo gli altri ed è capace di comunicare agli altri la propria consapevolezza.

Nessun cavallo si affiderà mai ad un altro cavallo che non dimostra di essere attento, consapevole di quello che succede e che non sa comunicare con gli altri.

Quando un mammifero “si sente visto e ascoltato da un altro individuo, si sente compreso e accolto” (parafrasando il Dr. Daniel Siegel, fondatore della neurobiologia interpersonale – un campo che è stato ampliato da chi studia il legame uomo-animale). Si sente al sicuro nella relazione perché il suo sistema nervoso è in uno stato di fisiologia sostenibile e si stabilizza.

Il senso di sicurezza che ne deriva, come suggerisce la teoria polivagale, permette un senso più profondo di connessione, la capacità di attivarsi ed alzare le energie senza stress negativo, il livello di attenzione necessario per l’apprendimento e altre funzioni cerebrali superiori oltre, da non sottovalutare assolutamente, alla possibilità di riposare.

I 3 modi di utilizzare il rinforzo negativo

Solitamente, chi demonizza il Rinforzo Negativo lo fa perché lo ha sempre visto applicato all’interno dell’addestramento tradizionale. In questo contesto lo stimolo avversivo viene mantenuto finché il corpo del cavallo non fa quello che il cavaliere o l’addestratore chiedono con il risultato che i cavalli imparano che l’unico modo per far cessare lo stimolo è muoversi in un certo modo o fare una certa cosa ma senza sentirsi al sicuro nella relazione.

Visto che stiamo parlando di rinforzi, è interessante comunque notare che coloro che aderiscono esclusivamente al Rinforzo Positivo spesso dimenticano che anche il R+ può essere applicato in modo meccanico, senza prestare attenzione alla relazione, creando ansia e confusione.

In altre parole, sia il R+ che il R- possono essere utilizzati mettendo a rischio lo stato mentale ed emotivo del cavallo. Non è il tipo di rinforzo a fare la differenza ma la capacità di chi lo usa di mantenere il sistema nervoso del cavallo all’interno della zona di sicurezza.

Porre un divieto assoluto del Rinforzo Negativo, oltre ad ignorare che è impossibile vivere senza perché si tratta di un principio che si trova nella vita di tutti i giorni, non solo di cavalli ma anche degli esseri umani (basti pensare al fastidioso segnale acustico che rimane attivo finché non ci si allaccia la cintura di sicurezza in auto o il fatto di mettersi un maglione per rispondere allo stimolo avversivo del freddo), significa non conoscere due delle forme più pure ed etiche in cui è possibile utilizzarlo.

Esistono infatti 3 prospettive diverse di utilizzo delle tecniche basate su Pressione (stimolo avversivo) e Rilascio (rimozione dello stimolo):

  1. Rilasciare la pressione quando il cavallo esegue ciò che gli viene chiesto: è il rinforzo negativo classico utilizzato nell’equitazione e nell’addestramento tradizionale. In questo approccio, la pressione viene rilasciata solo quando il cavallo risponde ad un comando (stimolo) ed esegue con il corpo un’azione specifica.
  2. Rilasciare la pressione quando il cavallo mostra un segnale calmante: è la variante della tecnica pressione-rilascio che viene utilizzata nel CAT-H. Il rilascio della pressione avviene quando il cavallo mostra un cambiamento nel suo stato mentale ed emotivo (diminuzione, anche parziale, del livello di stress).
  3. Rilasciare la pressione al minimo segno di avversione o di un NO da parte del cavallo: questo utilizzo della tecnica pressione-rilascio ha l’obiettivo di evitare una rottura relazionale facendo capire al cavallo che si capisce quello che comunica. Non si cerca un cambiamento nel comportamento ma si rinforzano gli antecedenti della relazione prima di passare all’utilizzo delle tecniche 1) e 2).

 

Il rinforzo negativo può essere applicato come delicata sintonizzazione sul livello di stress del cavallo per ampliare nel tempo la soglia di tolleranza. La sicurezza nella relazione e la ricerca di uno stato ottimale del sistema nervoso possono essere raggiunte grazie ad un utilizzo consapevole del rinforzo negativo.

Ne deriva che, nelle mani giuste e con il giusto stato d’animo, il rinforzo negativo può essere il metodo meno avversivo per l’addestramento del cavallo a patto che venga prima utilizzato per la creazione della connessione. 

È importante sottolineare di nuovo che l’opzione 3) non riguarda il chiedere un comportamento particolare al cavallo. Si tratta di far sapere al cavallo che è in presenza di un essere umano che è capace di vedere, di sentire, di capire il suo linguaggio e comprendere quello che comunica (quindi qualcuno con cui potersi sentire al sicuro). Non si tratta di chiedere al cavallo di fare qualcosa  ma di sentirsi al sicuro in nostra presenza

L’opzione 3) riguarda la creazione delle condizioni per l’emergere di uno stato del sistema nervoso, che permetta e supporti la creazione della connessione. Non si tratta di evitare cose difficili, ma piuttosto di garantire che ci siano le fondamenta adeguate prima di costruire l’edificio dell’addestramento. La relazione prima della richiesta. La connessione prima dell’addestramento.

Ciò significa lasciar andare il bisogno dell’ego di mostrare risultati in un determinato lasso di tempo e abbandonare le idee preistoriche basate sul “lasciare vincere il cavallo”. Ma perchè poi uno dovrebbe vincere e l’altro perdere? Da quand’è che cavallo e cavaliere non sono nella stessa squadra? Non si dovrebbe essere UN Binomio? Costruire una relazione solida basata su connessione, fiducia e senso di sicurezza è un risultato vincente per entrambi. 

Intensità dello Stimolo

Un altro concetto chiave derivante dal lavoro sulla connessione e ben spiegato dalla teoria polivagale, è che non tutto lo stress deve essere evitato. Volendo utilizzare termini più scientifici, lo stato di chiusura del nervo vago dorsale non si verifica automaticamente ogni volta che un cavallo sperimenta un’attivazione o eccitazione elevata del sistema nervoso simpatico. Quando c’è la base sicura della connessione, l’attivazione può salire di intensità senza diventare dannosa per il sistema nervoso.

L’obiettivo quindi è quello evitare la sindrome della mamma pancina che protegge ossessivamente il proprio cavallo da ogni tipo di stress e invece, grazie alla base sicura della connessione, ampliare la finestra di tolleranza allo stress e la resilienza del cavallo insegnando al suo sistema nervoso che è possibile sperimentare sovraccarichi senza per questo mettersi ad urlare “aiuto!! moriremo tutti!”.

Il motivo per cui spesso si usa il rinforzo positivo è perché si riconosce che i cavalli domestici sperimentano molto stress al fuori dal loro controllo, e quindi non si vuole aggiungere ulteriore stress attraverso metodi di addestramento che usano stimoli avversivi come nel rinforzo negativo classico. Sicuramente c’è una certa validità in questa prospettiva. 

Se le condizioni non sono ottimali (cioè se il cavallo non si sente al sicuro nella relazione e non è stato insegnato al suo sistema nervoso che è possibile regolarsi), allora tutte le situazioni in cui lo stress del cavallo aumenta mettono a rischio il suo benessere. 

Tuttavia, quando le condizioni sono “abbastanza buone” (cioè ci sono sia sufficiente sicurezza nella relazione che sufficiente equilibrio del sistema nervoso), allora si possono presentare al cavallo situazioni di stress controllato per far crescere la sua finestra di tolleranza e favorire il suo sviluppo psicologico ed emotivo.

C’è una grande differenza tra il rinforzo negativo utilizzato per dominare e sottomettere il cavallo (mandandolo nella Zona Rossa della teoria polivagale), e il rinforzo negativo che si utilizza prestando attenzione alla soglia di stress del cavallo, allo stato del suo sistema nervoso, e che usa la sicurezza della connessione (ramo ventrale vagale del sistema parasimpatico) per regolare lo stress in modo che non diventi dannoso. Questo significa ampliare la finestra di tolleranza del cavallo insegnandogli che, quando le energie salgono, possono sempre scendere, e aiutando il suo sistema nervoso a gestire piccole quantità incrementali di stress senza dover ricorrere ai comportamenti difensivi di lotta, fuga o dissociazione.

Quindi, ricapitolando, non tutto il rinforzo negativo è sopra la soglia di tolleranza del cavallo e di conseguenza non è necessariamente dannoso. Ad essere problematico è solo il rinforzo negativo che, senza la base sicura della connessione, va oltre la soglia in maniera incontrollata. 

L’obiettivo è permettere al sistema nervoso del cavallo di fare da pendolo sulla soglia del suo livello di stress utilizzando piccoli stimoli incrementali e ampliando nel tempo la sua finestra di tolleranza. Si tratta di accompagnare il cavallo ad affrontare quella situazione o quello stimolo inizialmente stressante e portarlo a riconoscere che “oh, questo non è poi così male, lo posso fare!“. Sarà questo a costruire il suo senso di fiducia in se stesso, nella relazione con te e a sviluppare la sua resilienza. 

Conclusioni

Per superare l’addestramento tradizionale basato spesso sulla sottomissione del cavallo, è necessario andare oltre il comportamentismo, quella tara culturale che si concentra esclusivamente sullo studio dei comportamenti osservabili e misurabili, ignorando i processi mentali interni come pensieri, emozioni e motivazione del cavallo.

Il principio LIMA e la Humane Hierarchy sono sicuramente un buon punto di partenza, ma restano limitati e limitanti se non vengono interpretati e applicati alla luce della teoria polivagale.

Ed è proprio grazie alla teoria polivagale, alla neurobiologia e alle opzioni 2) e 3) che il Rinforzo Negativo acquista un’importanza cruciale nella creazione della connessione e della relazione con il cavallo.

Il lavoro sulla parte emotiva e mentale del cavallo, e soprattutto la capacità di diminuire o rilasciare la pressione al primo segnale di un NO da parte del cavallo permettono di rinegoziare la dinamica relazionale permettendo al cavallo di sentirsi visto, ascoltato, capito e considerato. Questo può includere l’organizzazione degli antecedenti in modo da poter successivamente utilizzare la base sicura della connessione per ampliare la finestra di tolleranza allo stress del cavallo e contribuire alla sua crescita emotiva e psicologica.

L’approccio che privilegia la relazione e che passa attraverso la creazione della connessione non è una scorciatoia e non vende risultati facili. Ma ti permetterà di vivere risultati veri.

Metti la connessione prima dell’addestramento e prenditi il tempo necessario, così ci vorrà meno tempo. La qualità della relazione che ne risulta non solo garantisce il benessere emotivo del cavallo ma evita comportamenti difensivi migliorando l’efficacia dell’addestramento. E la neuroscienza si dichiara d’accordo.

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Se vuoi approfondire l’argomento, all’interno dell’Accademia Equestri puoi trovare alcuni video pratici e sessioni di lavoro reali con l’applicazione pratica della Teoria Polivagale:

Oppure puoi partecipare ad una dei prossimi stage. Ecco qui il calendario dei prossimi appuntamenti in programma.

Bibliografia

  • Equine Behavior: A Guide for Veterinarians and Equine Scientists” di Paul McGreevy – Un testo completo che copre vari aspetti del comportamento equino, inclusi diversi approcci all’addestramento.
  • The Horse Behavior Problem Solver” di Jessica Jahiel – Un libro che offre soluzioni basate sulla comprensione e sul rispetto del comportamento naturale dei cavalli.
  • A review of the human-horse relationship” di Hausberger in Applied Animal Behaviour Science – Uno studio che esamina la complessa relazione tra umani e cavalli, con un focus sul comportamento e sul benessere equino.
  • Horse training techniques: A review of the evidence” di McGreevy (Journal of Veterinary Behavior) – Una revisione delle tecniche di addestramento dei cavalli, valutandone non solo l’efficacia ma anche l’effetto sul loro benessere.
  • CAT for Horses – Un blog dedicato specificamente al CAT-H, con articoli e casi di studio che illustrano l’applicazione pratica di questo metodo nell’addestramento dei cavalli.
  • IAABC – LIMA – Una dichiarazione di posizione dell’International Association of Animal Behavior Consultants sul principio di LIMA, applicabile all’addestramento dei cavalli.
  • The Academy of Pet Careers – Humane Hierarchy –  Un articolo che spiega la Humane Hierarchy nel contesto dell’addestramento e della modifica comportamentale, con applicazioni per i cavalli.
  • The Role of the Vagus Nerve in the Mammalian Stress Response” in “Comprehensive Physiology” – Questo articolo esamina il ruolo del nervo vago, centrale nella Teoria Polivagale, nella risposta allo stress nei mammiferi.
  • Animal Emotions and the Polyvagal Theory: Implications for the Study of Emotion and Motivation in Animals” in “Biological Psychology” – Questo articolo esplora come la Teoria Polivagale può essere applicata alla comprensione delle emozioni e della motivazione negli animali.
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